Gli scritti

Gli Scritti

La Scrittura per Maria Padula è stata una vocazione complementare alla ricerca pittorica. Nei suoi libri la realtà lucana viene descritta, indagata e rappresentata con altre armi rispetto ai pennelli, agli olii e alle tele, ma sempre con quel desiderio di “fedeltà alle ragioni dell’esistere” (1) che denotava la sua attitudine artistica.

Il progetto “I luoghi della pittrice” ha operato una selezione, all’interno dei racconti e dei romanzi, di quei brani che maggiormente portassero con sè un legame netto e definito con una descrizione identitaria del paesaggio lucano. Di alcuni di essi è stato operato anche un ritrovamento nella mappa interattiva.

“Il paese è paese d’inverno, edizione La Torre, Atella, 1973

“Torre della Cerra è un paese di Val d’Agri, che non è una valle fertile, se si escludono i terreni posti sulle rive del fiume e per questo più facilmente irrigabili. Altrove la terra è arida, cretosa, rocce e sassi dappertutto, un terreno aspro, praticabile solo dai muli, pieno di rialzi, di buche, di improvvisi strapiombi.”

“Rosario abitava proprio al centro del paese e la sua casa era in fondo a un vicolo cieco. In cima a una breve scala sporgente nella strada, c’era la porta, che dava in un’unica stanza, la quale possedeva un’alcova, un balcone sui giardini della Valle, e fortuna anche maggiore, un gabinetto. Nessun altro contadino possedeva un gabinetto a Montefranato: la gente nascondeva accuratamente il secchio o il vaso sotto lo scialle, e a una certa ora della sera, tra lume e scuro, sin recava a uno dei vicini fossi. Due ce n’erano, uno al di qua, l’altro al di là della striscia di terra abitata, un altopiano magnifico, che costituiva il corpo del paese, il quale si slargava in alto, nelle rocce delle Concerie, proprio sotto la Frana, e in basso nelle case di Gannano, verso la Verdesca.”

“Per andare a prender l’acqua si scendeva fino a un prato circondato di bosco, in mezzo al prato c’era un salice piangente e la vasca era là sotto, tra i rami del salice che sfioravano l’acqua. Una piccola sorgente scaturiva dalla terra e si versava nella vasca. Era tutto bello ed allegro là intorno. Un terreno tutto a balze e così fresco, così verde! I confini della proprietà erano invece a monte di un’altura a strapiombo del letto del fiume e la terra era aspra e rocciosa. Le querce si abbarbicavano alla terra e alle rocce con le radici scoperte; si udiva il fragore del fiume e il cielo era immobile. Nessuno può credere come sia vicino il cielo in Val d’Agri, e quanto sia alto il canto dei grilli, nella notte.”

“E’ una casa comoda per lei, abbastanza grande e luminosa, e ci si trova bene perché non le ricorda nulla del passato. Dalla finestra spalancata vede le balze cretose di Rifreddo, su cui s’inerpicano radi querciuoli; più in basso, su di un terreno coltivato, gli ulivi; lontano, i monti, quei monti che si colorano di azzurro e di violetto, e in certe ore del tramonto si modellano, scoprendo strade, rilievi, valli, e appaiono così vicini che pare di poterci camminare…è il Cimitero ad attrarla più d’ogni altro luogo. Là il silenzio è pieno di richiami…Al di là del muretto, il terreno si anima di ulivi, di grano, di piante d’ogni specie, e il passaggio dalla vita a quel silenzio è così breve che la morte a un tratto cessa d’aver senso.”

“Immense querce erano piccole macchie brune su quella distesa di terra informe, cupa contro il cielo. Le ragazze salivano faticosamente. Altri gruppi lontani, vicini, s’inerpicavano anch’essi per la difficile via, si univano gli uni agli altri e procedevano insieme, chiamandosi, dicendo d’aspettarsi. Dopo molte ore di cammino con la montagna davanti che pareva non dovesse mai finire, ecco calmarsi la salita, le pietre farsi più rade e improvvisamente aprirsi una pianura ampia, col bosco immenso: a strapiombo, un alternarsi pauroso e caotico di valli e di cime ora boscose, ora brulle. E il mare laggiù, verso Taranto.”

“Era la pietra del Tabernacolo. La chiesa di San Carlo era proprio nel mezzo del paese, lungo una delle vie larghe che lo tagliano per lungo. Dopo la breve rientranza di un cortile, si scorgeva ancora un arco in piedi e nel fondo ci avevano messo una piccola immagine del santo antica antica, di colore assai vivo, coperta da un vetro. La gente si segnava passando e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di costruirsi una casa in quel luogo. Francesco a quanto pare era arrivato dall’America con idee assai strane, perché non solo si costruì la casa, ma proprio dov’era l’altare, ci venne la stalluccia per il maiale. Era una casa alta e isolata, che affacciava sui tetti dalla parte opposta dell’entrata. C’erano due porte che venivano chiuse accuratamente tutte le sere, una sul piccolo cortile, l’altra in cima a una lunga scala di pietra, che dava finalmente accesso alla casa, che era di tre grandi camere.”

“Non era una casa qualunque: parecchi anni prima v’era nato un poeta: affacciava sul fosso di Libritti, tutto pieno di ortiche. Qualche cosa c’era fra quelle pareti, qualche cosa era penetrata da quel fosso profondo che al margine lontano lasciava scorgere il cimitero come una striscia bruna intermezzata di casette.”

Il traguardo“Il traguardo”, Pellegrini editore, Cosenza, 1976

“Sul sedile di pietra dinanzi alla chiesa di San Domenico, molti vecchi s’erano seduti. Altri stavano sul gradino dell’unico marciapiede esistente nel paese, sotto la casa di don Angelo de Luca, morto ormai da tanti anni, un largo marciapiede degno d’una città, su cui s’apriva un magnifico portone. Dinanzi al Casino, situato su di un alto terrapieno, stavano i signori comodamente seduti sulle sedie.”

“Tamara non vide neppure la fila di case l’una accanto all’altra, che si distinguevano solo per l’altezza del tetto e perché l’una è intonacata, l’altra imbiancata a calce, l’altra grezza; non vide i palazzotti pretenziosi coi portoncini di noce ed i balconi fioriti, né l’ampio viale fiancheggiato di acacie, né l’aprirsi improvviso di uno squarcio, che sul fosso dei Valloni tutto pieno di verde, scopre i monti lontani…Cominciarono a scendere per la Valle.”

“[…] erano già arrivati al paese altri confinati politici, ma una bella ragazza così mai. Attraverso certe rampe piene di sassi che ruzzolavano a metterci su il piede, arrivarono alla Caserma dei Carabinieri. Aveva un gran portone e un cortile ricoperto da un pergolato, si cui si aprivano la scala che portava ai piani di sopra e piccoli ambienti laterali: di sicuro un antico palazzo signorile.”

“L’indomani, di buon ora, s’alzò e spalancò il balcone. Di lì dominava tutto il paese. In una cornice di monti dalla sagoma appena ondulata e un digradare di valli, si stendeva un mare di tetti grigi, chiazzati di muschio, anneriti dal tempo. Fra i tetti, piccole strade soffuse di nebbia, che appena s’intravedevano. Dai comignoli si levavano spirali di fumo, spandendo intorno un odore casalingo, che pareva addolcire l’aria del mattino.”

“La campagna pareva quasi deserta, solo qualche fruscio di lucertola tra l’erba. Gli ulivi avevano le cime bianche, s’erano tutti rinnovati: coprivano un intero monticello proprio davanti a loro. La strada lo rasentava poi svoltava bruscamente e scopriva sempre più l’orizzonte. Camminarono fino al ponte alto sulle balze tra cui scorre un piccolo torrente. Alcune donne avevano aggiustato le pietre sulle sponde e vi lavavano i panni, inginocchiate su una pietra piatta. Candide lenzuola chiazzavano qua e là il terreno scosceso, distese sui cespugli…andarono a sedersi dopo il ponte, dove il cielo è tutto e si dominano, oltre la valle, le piccole colline ricoperte di ulivi e di vigneti. «Di quassù tutto è infinitamente piccolo», disse Clara.”

“La sua casa era tra gli orti della Valle, un poco bassa,perché nel terremoto, che aveva distrutto il paese molti anni prima, aveva perduto il piano superiore ed era rimasto solo il pianterreno su di una immensa cantina, alta di volta come una cattedrale. S’entrava addirittura dalla strada, un vicolo largo e breve, chiuso in fondo da una loggia che apparteneva alla casa. Dall’altra parte c’era il giardino, uno dei giardini della Valle, una conca di verde nel cuore del paese. Due ampi balconi pieni di sole si aprivano da quella parte…Un viale divideva il giardino per metà. I più bei fiori si trovavano ai margini di quel viale, sui muretti che lo fiancheggiavano fino al cancello. Un vecchio melograno contorto, un lillà, un mandorlo, ogni albero aveva ai piedi un piccolo sedile di pietra e tutto era disposto con arte.”

“Oltre il mulino era la parte più antica del paese, rimasta quasi intatta dai tempi del terremoto di cento anni prima. C’erano case diroccate e mucchi di pietre, che nessuno aveva smosso, strane architetture con archi e logge coperte, vicoli strettissimi. «Questa è la piazza degli uomini», disse una contadina, indicando uno spiazzo che aveva al centro un albero di mandorlo; un muraglione costruito di recente sosteneva il terreno ai margini di un fosso. Di faccia, i calanchi argillosi cosparsi di ginestre. «E quella è la piazza delle donne», disse ancora la contadina. Ai tempi antichi qui c’erano le botteghe e vi abitavano i mercanti, l’ha detto donna Antonia, che legge sui libri.”

“Salirono una lunga e stretta scala di pietra e s’introdussero in un vicoletto scavato nella roccia. «Zia Lella!», chiamò Clara, bussando ad una porta nera che pareva verniciata.”

“Propriamente un fosso non era: ma un terreno scosceso e sdrucciolevole che scendeva in una brevissima valle che risaliva dall’altra parte in arsi calanchi argillosi tutti scavati dalle acque sui cui margini correva una stradetta campestre e, al di là delle vigne, i monti azzurri. Il cielo era tenero all’orizzonte e pareva una coppa di cristallo rovesciata. Un’acqua fresca e pulita correva in fondo al fosso fra le pietre levigate, e il profumo della terra giungeva ad ondate vincendo per qualche istante il lezzo delle immondizie che cospargevano il terreno intorno alle case, fra rigoglii improvvisi di verde.”

L'uovo del cuculo“L’uovo del cuculo”, Editore Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli, 1986

“Vallefonda doveva essere un gran paese, se ancora si trovano nelle tombe nascoste sotto le crete vasi meravigliosi e maschere d’oro. Ora non è che una borgata, anzi varie borgate di casupole raggruppate l’una addosso all’altra, in prevalenza nei fossi, tra balze verdeggianti di querciuoli e di castagni. Qua e là affiorano le case antiche, decrepite, con archi sotto i quali si aprono le stalle o le misere abitazioni di qualche fortunato contadino: la casa di Terenzio, il ponte da cui passò Annibale…Intorno è un gran deserto di crete. Calanchi impraticabili scavati dalle acque e il paese isolato fra dirupi e balze…La contrada è disseminata di basse piante di fico dai rami contorti, che si stendono rasente terra, grige del colore delle rocce su cui s’abbarbicano, inerpicandosi. E’ certo fra i paesi più infelici della Lucania […]”

“Se ne andò in una casa seminterrata nel vicolo dei funai, stretto che ci si passava appena, allietato solo dalla vista di un giardino in fondo in fondo.”

 

Il vento portava le voci“Il vento portava le voci”. Storia di una ragazza lucana, Editore Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli, 1985

“Il sole ed il cielo da noi sono vicini tanto è limpida l’aria. Non si può immaginare cosa sia lanciarsi verso il cielo da un’altalena sospesa al più alto ramo di una quercia di Lucania.”

“La solitudine dei miei monti si popolava di fantasmi. Ero con mamma a tre chilometri dal paese, intorno a noi non c’era anima viva: soltanto gli alberi di acacia, davanti alla casa, ai piedi di ogni pianta c’era un sedile di pietra. Sul terreno in declivio, alberi di ulivo; più lontano, immense querce, che in alcune ore del giorno accoglievano sotto la loro chioma,le greggi. Il cielo pulitissimo, chiudeva questo paradiso terrestre, dal quale rivedevo il mondo con occhi nuovi, e tutto mi pareva meravigliosamente bello, vivo e forte.”

“Tutte le volte che tornavo a Montemurro, ogni cosa mi sembrava piccola e a portata di mano. Le casette che fiancheggiano la strada, ch’è una delle principali del paese, talmente basse da poterci mettere la mano sopra e tutto era mio e infinitamente caro.”

“Nella mia casa massiccia, dalle travi sporgenti, ritrovo la mia infanzia e ogni volta che torno, mi pare di essere sempre la stessa. Il pergolato tutto verde del giardino, mandava i suoi tralci fin sotto i miei piedi. Il monte Sereno mi salutava nel suo celeste che non muta mai e la severa casa di Marone, misteriosa, spiava dalle imposte socchiuse, turbando la nostra solitudine, fra tutti quegli orti della Valle.”

“Lo condussi nel torrente, quasi secco d’estate, un bianco pietraio desolato, nel quale si scende da una ripa scoscesa, tenendosi alle ginestre: un immenso paesaggio che lo colpì vivamente. In seguito scrisse una lirica, impressionato da quelle pietre e dalle tombe greche, che ogni tanto affiorano, lasciando allo scoperto preziosi vasi.”

“I miei paesaggi li trovavo sempre nel sole. Non c’era nulla da fare, o sedermi al sole o perdere l’occasione di dipingere un bel paesaggio. Non esitavo. Mai però presi tanto sole come quando dipinsi “La piazza del mio paese”, dalla terrazza di una casa signorile nel mese di luglio, in pieno mezzogiorno.”

“Vinsi anche un altro premio con un paesaggio che rappresenta il nostro querceto visto dall’alto, in fuga verso Rifreddo sullo sfondo del monte roccioso, che si trovava tra noi e Viggiano, e in primo piano, la terra argillosa, bruciata dal sole. Lo dipinsi di mattina, in una luce limpida e pulita. Mi riuscì difficilissimo rendere il colore della terra: assorbiva tutti i colori che erano nell’ambiente ed era creta, proprio creta, disseccata, biancastra e vibrante di luce. Non c’è che un colore solo in tutta la natura ed è l’insieme di una infinità di colori dei quali prevale ora l’uno ora l’altro. Mi piacciono i paesaggi ampi, panoramici: è come orchestrare una quantità di strumenti.”

“Nessun occhio geloso mi segue più: posso finalmente guardarmi intorno in quell’aia rilucente, contro le chiome delle querce, sull’orizzonte vasto, nel quale si eleva, più alto di tutti, il monte di Viggiano.”

NOTE

(1) D’Episcopo F., “Testimonianza per Maria Padula Scrittrice” in Piscopo U. (a cura di) Maria Padula. La donna, la pittrice, la scrittrice, Consiglio Regionale della Basilicata